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COMBATTERE PER NON MORIRE

Per la mia nuova rubrica #teloraccontoapuntate che inizia proprio oggi, in occasione della festa della donna, voglio ricordare te, mia dolce Cristina, una ragazza straordinaria e splendida…

COMBATTERE PER NON MORIRE

Di

Elena Piras

 

Dedicato a mia cugina Cristina,
resterai per sempre nei nostri cuori…

 

I PUNTATA

«Ma cosa sta dicendo? Mi lasci stare!»
«Signorina lei ha rubato, devo portarla al commissariato di zona.»
«Non è vero!»
Mi guardai intorno in cerca di aiuto.
La gente mi squadrava da capo a piedi come se fossi la peggiore delle delinquenti, i volti carichi di rammarico e indignazione.
Ma loro non sapevano nulla, non erano a conoscenza di quello che stavo passando…
Non sono una delinquente!
«Per favore, riconsegni quello che ha nascosto. Le telecamere hanno registrato i suoi movimenti.»
«È solo un malinteso! Uno stupido sbaglio» ed estrassi dalla mia borsa una confezione di latte e un sacchetto di pane, sbattendoli sul bancone di fronte a me.
Avevo cose ben più importanti a cui pensare che a quelle cretinate!
Cercai il portafoglio senza risultato, quindi mi accucciai appoggiandomi al pavimento freddo e girai sottosopra la mia tracolla facendone fuoriuscire il contenuto e spargendolo dappertutto.
«Ma cosa sta combinando?» mi chiese l’addetto alla sicurezza, un tizio alto e spallato che a parte rendersi antipatico con il suo atteggiamento ostile, non mi faceva alcuna paura.
Lo guardai dal basso, scossi la testa e poi feci un sorriso.
«Eccolo, l’ho trovato!» e gli consegnai una banconota da dieci euro per comperare i due prodotti oggetto del crimine.
«Facile così, non crede?»
«Le ho detto che si tratta di un errore! Sono di fretta, non avevo preso il carrello e…»
«Sì, sì… cerchi di inventarsi una scusa più plausibile almeno, signorina. Se avesse voluto pagare, sarebbe passata in cassa.»
Ma cosa ho fatto?
Aveva ragione, ero andata dritta verso l’uscita senza riflettere. I pensieri mi stavano attanagliando, cominciai a sentirmi la gola arsa, il cuore martellarmi nel petto sempre più forte, le mani tremavano così come le gambe, non riuscivo a reggermi in piedi.
Nero.

«Cosa si inventano adesso! Fanno pure finta di svenire piuttosto che dire la verità e prendersi le loro responsabilità.»
Sentii quella voce fastidiosa in lontananza, mentre cercavo di riaprire gli occhi e riprendere i sensi.
Una donna mi teneva le gambe alzate e un’altra invece, mi sventolava qualcosa sul viso.
«Ma la smetta, non vede che è pallida come una mozzarella?»
Riuscii a riappropriarmi del mio corpo e ad alzarmi leggermente.
Un altro fottuto attacco di panico, ormai si presentavano sempre più spesso. Più cercavo di ignorarli e peggio era.
«Grazie» dissi alla bionda al mio fianco.
«Quindi cosa dobbiamo fare con questa ladra?» chiese ancora l’idiota di prima.
«I soldi li ha, facciamo lo scontrino e basta!» rispose l’altra, una delle commesse.
«Come al solito dobbiamo sempre fare finta di niente e incentiviamo così la criminalità e i furti! Tanto sono io che poi ne pago le conseguenze!» e si voltò di spalle, allontanandosi e sbuffando.
«Forza, alzati» mi incitò la donna, prendendomi da sotto al braccio e aiutandomi.
«Non so come ringraziarla… davvero si tratta solo di un fraintendimento. Non è un bel periodo, può suonare come una scusa ma le assicuro che non lo è.»
Mi accarezzò la testa e prese la banconota che, nel frattempo, era accartocciata nella mia mano.
Tutte le persone che poco prima mi avevano accerchiata curiose di capire se fossi davvero una poco di buono, piano piano, si dileguarono, sussurrando qualcosa tra loro.
Non ci feci caso, riassestai il giubbino e i pantaloni sgualciti, attesi il resto, presi la mia roba, ringraziai nuovamente e me ne andai.
Salii in auto, misi in moto, ma non partii.
Rimasi immobile, appoggiai la testa al volante e iniziai a piangere.
Non me fregava niente di quella gente, dei loro sguardi insulsi su di me, dei giudizi per come ero conciata.
Ripensai all’ora precedente, a quando dopo aver appreso la notizia, mi ero fiondata fuori di casa senza nemmeno cambiarmi, avevo indossato il cappotto ancora con i capelli in disordine e la faccia impastata dal sonno.
Mi guardavo solo adesso e mi rendevo conto che nulla aveva più importanza.
Osservai la macchia fresca di caffè sulla tuta, l’avevo versato inavvertitamente non appena Stella mi aveva annunciato ciò che non avrei mai voluto sentire.
Non di nuovo, non così presto…
Non riuscivo a smettere di singhiozzare, quelle parole risuonavano nella mia testa in continuazione e io non volevo ascoltarle.

«È leucemia. Devo tornare in ospedale», questo mi aveva detto mia sorella.

 

II PUNTATA

Pulii il viso con la manica del maglione che fuoriusciva dal giubbotto e poi girovagai intorno all’isolato finché la mia faccia non ritornò in uno stato presentabile e rientrai a casa.
Prima di aprire la porta feci un grande respiro, sfoggiai il migliore sorriso e varcai la soglia.
«Eccomi, ho preso il latte e il pane, mamma.»
Mi spogliai all’ingresso, attaccando il giaccone all’attaccapanni e posizionando la borsa sul mobile a fianco.
«Grazie tesoro» abbozzò una lieve smorfia cordiale non appena mi affacciai all’uscio della cucina.
«Stella dov’è?»
«In camera, sta preparando le sue cose» disse e si voltò di lato per non farsi vedere, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.
«Va’ da lei, ne ha bisogno, anche se fa finta di essere forte.»
Acconsentii e mi allontanai.
Sbirciai all’interno della sua stanza e la trovai intenta a fare la valigia per l’ennesima volta.
«Ehi, vuoi una mano?»
«Ho quasi finito», si girò verso di me sorridente, chiudendo la cerniera, «sono pronta, possiamo anche andare. Prima inizio, prima guarisco, no?»
Mi avvicinai a lei e l’abbracciai forte.
«Supereremo anche questa insieme e saremo più forti di prima. Quel bastardo non ci può fare niente! L’abbiamo già sconfitto una volta, ci riusciremo di nuovo.»
Abbassò lo sguardo, si toccò il seno e poi annuì.
«Speravo non accadesse o almeno non così presto, ma io non mi arrendo.»
«Lo so Stella, lo so…»
Durante il tragitto in macchina la guardai: era forte, per me invincibile. Da un anno combatteva senza arrendersi, io non ce l’avrei mai fatta al suo posto. Sei mesi di chemioterapia dopo l’asportazione del tumore con mastectomia totale e svuotamento del cavo ascellare, al quale erano seguiti altrettanti di radio e una terapia sperimentale di anticorpi monoclonali.
Scossi la testa per tentare di cancellare dalla mente quei terribili momenti e mi voltai verso il finestrino.
Cazzo! Stava meglio, stava reagendo bene e invece…
Arricciai la bocca e morsi il labbro inferiore per evitare di frignare ancora, non volevo farmi vedere in quello stato, dovevo sostenerla e donarle serenità ma quei ricordi mi uccidevano.
Sapere che nulla era finito, mi rendeva ancora più fragile e inerme.
Giungemmo all’ospedale e parlammo con il medico.
«I valori dei globuli bianchi sono precipitati senza controllo e l’emoglobina non va bene. Dobbiamo tenerla sotto osservazione e probabilmente eseguire una biopsia midollare.»
Mia mamma ebbe un mancamento e mentre papà tentava di sorreggerla e farsi forza, Stella la rincuorava rassicurandola che tutto sarebbe andato per il meglio.
Il tumore si era ripresentato più forte di prima, quello era il rischio e non l’aveva scampato.
Cosa posso fare?
Strinsi i denti fino a sentire quasi dolore alla mascella, arricciai le mani e voltai lo sguardo.
Mia sorella si stava già allontanando condotta da un’infermiera per sistemarsi in una stanza, quindi la raggiunsi e la aiutai a mettere via le sue cose.
Sembrava serena, non sapevo davvero cosa pensare, non volevo lasciarla sola neanche un attimo, ma i dottori non permettevano a nessuno di restare per la notte.
Avremmo dovuto adottare delle precauzioni per ogni visita al fine di tutelare la sua salute.
Il rientro a casa fu silenzioso, avevo paura e soffrivo senza riuscire a esprimere apertamente i miei pensieri. Non sarebbe servito a nulla.
Sapevo che era così anche per i miei genitori e questa volta, ancora di più della prima.
L’appartamento era vuoto senza di lei.
Quando arrivai in camera, mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi.
Mi sembrava di rivivere esattamente ciò che era successo un anno prima.
Ero delusa dai medici che non erano riusciti a debellare la malattia ma allo stesso tempo, cercavo di tenere duro e sperare che sarebbe riuscita a debellarlo e che, soprattutto, non sarebbe stato così aggressivo come ci avevano fatto credere.
Mi alzai e presi il computer, lo appoggiai sulle mie gambe e iniziai a cercare. Passai le successive ore a fare ricerche ma più guardavo, più mi deprimevo e ricadevo nel baratro.
Chiusi il pc e andai in bagno, mi feci una bella doccia calda per rilassarmi e poi avviai la videochiamata con Stella.
Ormai era ora di cena, ma non avevo appetito. In ospedale, visto l’orario, di sicuro avevano già mangiato.
«Come stai?» le chiesi sfoggiando uno dei migliori sorrisi.
«Bene, a parte le schifezze che danno qui…»
Scoppiò a ridere mostrandomi il vassoio con le pietanze ancora nel piatto.
«Vuoi che ti porto qualcosa domani?»
«Sì, grazie», allontanò il tavolino mobile con un gesto rapido «mi è venuta in mente una cosa» e avvicinò un foglio allo schermo sopra al quale era disegnato uno schema.
Non riuscivo a capirci nulla.
«Non fare quella faccia!» mi sgridò, con la sua solita aria da maestrina insolente.
«Spiegami…»
«Ho deciso di aprire un blog! Lo chiamerò: “Mypikchemio”»
La scrutai stranita.
«Non guardarmi come se fossi un’extraterrestre! Sai che amo scrivere e ho pensato che questa cosa potrebbe essere da supporto per tutte quelle persone che sono nella mia condizione! Vorrei sviluppare una sorta di diario di ciò che mi accade, nel quale la gente può anche scrivere e interagire. Riporterò le cure che affronterò giornalmente, i miei pensieri e gli stati d’animo.»
«Ma sei sicura?»
Non mi entusiasmava granché il fatto che lei si esponesse così tanto, il web era infido e magari avrebbe anche potuto incontrare persone cattive, pronte a offenderla.
«Certo che lo sono!»
Sentii dei rumori dietro la porta e subito dopo bussare.
«Tesoro, vieni a mangiare qualcosa?» si affacciò mia mamma «È Stella?»
«Sì!»
Si avvicinò per salutarla e dopo esserci messe d’accordo per l’indomani, ci salutammo e le augurammo la buonanotte.

 

III PUNTATA

Il medico ci aveva appena comunicato il risultato della biopsia: leucemia mieloide acuta.
Doveva sottoporsi a tre lunghi cicli di chemioterapia ad alti dosaggi, di un mese ciascuno, con isolamento totale.
Quello probabilmente era l’ultimo giorno in cui ci era permesso stare in quella stanza, anche se protetti da mascherine per tutelarla al meglio.
«Mamma, ti prego, non piangere» le disse Stella.
Come riusciva a essere così forte?
Cosa le scattava dentro per reagire in quel modo?
«Guarda cosa mi hanno portato ieri?» e le porse dei libri, un paio di leggings leopardati, un rossetto rosso e uno smalto rosa fluo.
Era seduta su quel letto di ospedale, sempre più magra ma allegra.
Mia madre si asciugò le lacrime e si avvicinò a lei.
«Chi te li ha portati?»
«Stefania e le altre ragazze. Sono tanto carine, appena possono vengono a trovarmi e per tirarmi su, mi regalano sempre qualcosa. Sanno quanto io ami il rosa. Appena starò meglio mi hanno già detto che mi porteranno a fare uno dei nostri soliti aperitivi sui Navigli.»
«Ma che carini questi fuseaux
«Vero? Sono perfetti! Adesso vado a metterli!» e si nascose in bagno.
Poco dopo riapparve, era bellissima anche se già sciupata dalla malattia, gli occhi contornati da occhiaie violacee, il viso scavato e quella flebo sempre attaccata al braccio mi facevano sentire male. Se fosse stato possibile, avrei preso volentieri il suo posto, o quantomeno spartito con lei  una piccola parte di tutto quel dolore per alleviare la sua sofferenza. Era davvero ingiusto. Era così giovane, aveva ancora tutta la vita davanti, a trentacinque anni una ragazza dovrebbe pensare ad avere una famiglia, un fidanzato e divertirsi, invece che combattere per non morire.
Decise anche di truccarsi e sistemarsi. Le misi lo smalto e le pettinai i capelli, pensando che forse, entro poco tempo, si sarebbero potuti diradare a causa dei cicli di terapia.
«Allora, lo vuoi vedere il mio blog?»
«Ma l’hai fatto davvero?» le chiesi, non pensavo che fosse così decisa.
«Certo, guarda qui» e mi porse il suo pc portatile.
“mypinkchemio.wordpress.com”
Comincia a curiosare e notai che in pochi giorni aveva già ricevuto tantissimi commenti e testimonianze di ragazze che stavano vivendo la sua stessa situazione, le chiedevano supporto e si rincuoravano a vicenda.
«Sei stata bravissima, tesoro! È una cosa stupenda.»
Ancora una volta pensava agli altri o forse, tentava di evitare di pensare a ciò che le stava accadendo rifugiandosi in qualcosa di diverso, che le potesse dare un sostegno, seppur solo virtuale, per affrontare una cosa più grande di lei.
Passammo le ultime ore in sua compagnia a scherzare e ridere, per poi doverla lasciare sola.
Odiavo gli ospedali, quell’odore forte di disinfettante, di medicine mi dava la nausea, passare in quei corridoi, vedere dei bambini sdraiati nei letti con l’ossigeno nel naso mi faceva imprecare contro il mondo, contro Dio, contro ogni cosa che permetteva quell’atrocità.
Perché si deve soffrire così? Quale è il motivo per cui, un bimbo così piccolo, una ragazza giovane si potrebbero meritare tutto questo?
Procedetti fino all’uscita con i miei genitori al fianco, lasciammo l’ospedale, sempre in rigoroso silenzio e tornammo a casa.
La notizia ci aveva devastato, vedevo i loro volti affranti e spenti.
Giunti a casa andai nella mia stanza, non volevo mangiare, né parlarne, avrei sofferto ulteriormente.
Sentii i pianti di mia madre dall’altra stanza e immaginai mio padre abbracciarla, così come aveva sempre fatto. Lui era più forte, assomigliava a Stella, sperava sempre nel bene e vedeva una luce per ogni cosa.
Nascosi la testa sotto al cuscino e feci scorrere le lacrime, cercando di non farmi sentire per non aggravare la loro preoccupazione.
Poi la chiamai, era difficile stare senza di lei.

Le settimane successive furono drammatiche, potevo salutarla dal vetro, non era permesso entrare e questa cosa era triste.
Mi sentivo inerme e soprattutto inutile, da lì non potevo rassicurarla, né abbracciarla e donarle il mio affetto e ricevere il suo.
I capelli cominciavano a diradarsi tant’è che un giorno la vidi completamente rasata ma sorridente.
«Ti piaccio, così?» mi disse durante una videochiamata «Questo taglio mi dona!»
Era stupenda anche senza capelli, aveva sempre avuto un visino dolce, molto femminile e perfetto anche senza trucco.
Durante il giorno, appena potevo, la seguivo dal blog, leggevo quello che faceva, ne percepivo gli attimi, i respiri, le sensazioni e il dolore che stava subendo e piangevo.
Affrontava le cure e ne raccontava i particolari, condivideva la sua esperienza con tutti e lottava. Non mollava mai.
La chiamavo la mattina per il buongiorno, durante la mia pausa pranzo e la sera dopo cena.
Il tempo passava e non riuscivamo a capire se la chemio stesse curando la malattia o meno, i medici non si sbilanciavano mai.
Stella appariva debole, il corpo era fragile, ma i suoi occhi mi rincuoravano. Volevo convincermi che tutto si sarebbe aggiustato.

 

IV PUNTATA

Tratto interamente da: mypinkchemio.wordpress.com

 

Buon giorno e buon cioccolato a tutti.

Mi sono assentata qualche giorno perché ho avuto il blocco dello scrittore o meglio e più umilmente, delle idee! Mi sono marmorizzata, rinsecchita, inaridita. Creatività mummificata, sarà sto acido retinoico che mi secca pure i pensieri.

A ogni modo, dopo alcuni giorni di umore migliore in cui ho misurato e bilanciato la paura e sono riuscita a ridimensionarla ritrovando speranza e un pochino di progettualità, da ieri, mi sono rintristita. Ricaduta nel nero. Del resto so perfettamente che, chiusa qui dentro, l’umore non può che essere del tutto precario e fragile.

Tristezza, malinconia, depressione. Trascorrere l’ennesima festa rinchiusa in un ospedale questa volta è particolarmente deprimente. Non che le altre volte non lo fosse, ma adesso sono leggermente più stanca. È da un anno che trascorro natale, Sant’Ambrogio, capodanno, carnevale, morti e ferragosto chiusa in una stanza di ospedale. Non è vita e che cavolo. Sono arrabbiata, stanca, sfinita. So che oggi troverò il modo di passare al meglio questa giornata, ma ho bisogno di sfogare e urlare la tristezza, la rabbia e la frustrazione di essere qui. Ieri, infatti, è stata una giornata urfida ma mi ha fatto bene navigare nella sconsolazione e nel mare delle mie lacrime salate.

Pensare che le persone si stanno svegliando al mare e stanno per andare a leggersi il giornale al bar al sole caldino, o che stanno bevendo il loro caffè per colazione in montagna, magari dopo che ieri ha nevicato e che sono ancora nel letto di casa loro e che stanno per prepararsi per celebrare insieme questa giornata, mi rattrista. Mi rattrista essere qui e mi rattrista far stare qui per l’ennesima volta mio papà con me e fargli subire ancora tutto questo.

Ho voglia di uscire e respirare la primavera, l’erba del mattino, il profumo del bagnato, l’odore sull’androne delle scale del cibo che i vicini preparano. Ho voglia di uscire e sentire sul corpo se l’aria e fredda, umida o secca o se il sole brucia o se appena appena riscalda. Ho voglia di aprire il mio armadio e scegliere un abito diverso dai leggings grigi, maglietta bianca, felpa e infradito che indosso da un mese. Voglio mettermi un jeans e una camicetta. Una scarpa con il tacco e andare a bere un aperitivo o una scarpa da ginnastica e fare una passeggiata al parco o andare al mare a mangiare la focaccia e bere il caffè. Adesso. Adesso. Adesso. Ho bisogno di aria pulita e vita.

E poi sì, ammetto che questa sensazione viene amplificata dal senso di solitudine che aleggia in me. Sono fortunata e felice di avere accanto a me mio papà e la mia famiglia che mi amano immensamente e che anche oggi mi faranno passare questa giornata con serenità e amore. Ma desidero tanto avere anche una mia famiglia, un mio compagno e invidio tanto chi oggi a pranzo avrà la gioia di vedere negli occhi dei propri figli la felicità di aprire l’uovo di cioccolato e cercare la sorpresa. È ovvio che questa sensazione la avrei anche al di fuori di qui ma va da sé che in questa situazione si amplifica all’ennesima potenza.

Per questo care dolcissime amiche che state vivendo una malattia brutta come un tumore, non vivete la vostra famiglia e i vostri figli come un motivo di ulteriore tristezza, dolore e preoccupazione per loro. Anzi guardatela dal verso giusto, quello migliore, quello che trasforma la malattia in medicina. Vivetela come una spinta meravigliosa alla lotta, come una voglia irrefrenabile di vita da condividere con loro. Siate forti e combattive proprio per loro e proprio perché la vostra vita e gli abbracci dei vostri familiari sono lì che vi attendono.

Sfoghiamoci e rattristiamoci e arrabbiamoci, ma poi guardiamo avanti e cerchiamo tutto ciò che di immenso è racchiuso in ogni dettaglio dell’esistenza. E godiamocelo. Ho visto il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” l’altra sera. Film monumentale, guardatelo, perché la gioia e la voglia di vita che sprigiona da quel genio di Jack Nicolson è stupefacente.

Tristezza e malinconia sono emozioni che sono dentro di me, ogni giorno, ma che adesso voglio rimpicciolire come sassolini che si daranno fastidio ma che desidero ignorare.
E allora adesso scelgo di ritrovare il sorriso e la gioia di passare una domenica speciale con mio papà e con chi passerà attraverso questa giornata di festa. Di cercare, vedere e godere di ogni più piccola cosa che può rendermi felice. E so che sarà così perché dentro ora desidero sentirmi cosi.

E abbia inizio. Intanto adesso mio papà mi sta già preparando i fagottini di mele! È un dolcetto che adoro e che mangerò oggi a pranzo! Lui è chef ormai.

Il fagottino sarà a completamento del menù pasquale ovviamente che prevede, per l’occasione, salmone agli asparagi ed erbette all’uvetta! Buono vero? Ovviamente gli asparagi, come ben sapete, saranno un ologramma sul salmone, mentre le erbette saranno disegnate sul piatto.

A proposito, ricordate la campagna “più verdure meno lassativi” che ho indetto personalmente la scorsa settimana e di cui mio padre si è fatto promotore con l’installazione di un banchetto all’ingresso del Niguarda e con distribuzione di volantini che distribuiscono i suoi amici del golf? Allora, la campagna sta andando molto bene perché hanno raccolto veramente tante firme, ma purtroppo per avere la vittoria della zucchina lessa ci vorrà del tempo. Ad ogni modo, stamattina troverete il banchetto fino a mezzogiorno e potrete comperare delle ottime uova vegane fatte con le dieci verdure di stagione. Una prelibatezza che non può mancare sulla vostra tavola. Gulp.

E per ovviare alla stitichezza della verdura e per la salvezza del mio povero intestino ho optato per farmi portare delle verdure rigorosamente cotte. Il tutto ovviamente di contrabbando.

Sempre quel santo di Ermete, infatti, mi cucina delle verdure e me le porta di nascosto a pranzo. Le piccole gioie della vita!

Oggi ovviamente ci sarà poi una ulteriore trasgressione: l’uovo di cioccolato.

Eccolo.

voglio ma non posso!

Scherzavo. Eccolo è questo!

Adesso si ragiona!

A fine giornata quindi, mi toccherà litigare con Crudelia, contare i brufoli nuovi e combattere con l’acidità di stomaco. Nulla di diverso in questo di quello che proverete voi cari amici.

Ma la giornata non è finita. Nel pomeriggio poi verranno Davide ing. che verrà stracciato a burraco dalla sottoscritta e dopo mia zia poppi.

A seguire ovviamente, papà con altro tapper di zucchine lesse e magari altro fagottino. vediamo Crudelia alle cinque che dice.

Insomma adesso devo prepararmi, fare il mio arsenico e i miei vari liquidi perché tra poco inizia la mia domenica di festa. Certo non c’è il mare, la montagna o la tovaglia di casa mia, ma la famiglia e tutto il loro amore sarà qui con me e questa è vera vita.

Auguri a tutti amici e mi raccomando ovunque voi siate anche se c’è qualcosa che vi fa soffrire mettetela da parte per qualche ora oggi e godetevi questa domenica in serenità e amore con la vostra famiglia e ogni tanto fermatevi ad assaporare il buon saporino oltre che della torta Pasqualina, della lasagna, dell’agnello arrosto, delle patate al forno, della colomba, del vino e dell’uovo di cioccolato… il buon saporino della vita!

Auguri mie stelle danzanti.

Sempre.”

 

V  E ULTIMA PUNTATA

I giorni trascorrevano, Stella continuava a dimagrire ma non mollava mai, era una combattente. Certi giorni mi capitava di leggere articoli dal suo blog e scoppiare a piangere, volevo tanto aiutarla ma non sapevo come, a parte chiamarla, starle vicino e portarle ciò di cui aveva bisogno.
Passava il tempo a rassicurarci, leggere, scrivere, prendere medicine che la distruggevano ma che, dall’altra parte, ci auguravamo tutti, potessero guarirla.
Poi, finalmente, arrivò quel giorno che tanto aspettavamo: le dimissioni.
Le terapie erano terminate, stava meglio, poteva tornare a casa fino al successivo controllo.
Decidemmo di partire e andare al mare nella nostra piccola casetta in Liguria.
«Ragazze, mi raccomando, andate piano e state attente!» si raccomandò mia mamma quella mattina.
«Non ti preoccupare. Stella sei pronta? Ci sei?» le chiesi, affacciandomi alla porta della sua stanza.
I capelli erano cresciuti, aveva un delizioso taglio maschile che le donava alla perfezione, aveva indossato una fascia colorata floreale e un vestitino leggero davvero niente male.
«Che ne dici?» chiese e roteò su se stessa con una piroetta.
«Sei bellissima, tesoro!»
«Grazie, non vedevo l’ora di poter indossare qualcosa di diverso dai miei soliti leggings e tute! Non ne potevo davvero più!»
Era la prima volta che sentivo un lamento fuoriuscire dalla sua bocca.
Sfoggiai uno dei miei più bei sorrisi, cosa molto facile da fare in quel momento, vedendola serena, allegra e di nuovo insieme a me.
Presi le due borse e uscii, diretta alla nostra auto.
Salutammo i genitori e partimmo.
Appena varcammo il casello dell’autostrada, Stella decise di abbassare il finestrino e alzare il volume della radio a manetta.
Iniziò a ballare e a bearsi dell’aria sul viso.
Capii nell’immediato quanto potesse aver sofferto in tutto quel tempo, rinchiusa in una camera di ospedale, sola, senza sole, né sfoghi.
La libertà non ha prezzo e la vita è troppo importante per essere sprecata. 
Premetti sull’acceleratore e mi godetti a pieno quella felicità, quegli attimi spensierati con lei e quella voglia di condividere ogni suo minuto con me.
«Canta con me, Mary!» mi esortò, urlando e cercando di sovrastare la musica.
Ridemmo tanto inventandoci le parole a caso di quella canzone in inglese. Non mi importava la pronuncia, l’unica cosa che volevo era essere lì, con lei, in quel preciso istante.
Ed era così anche per lei, ne ero certo, lo vedevo dal suo sguardo complice, dal sorriso cordiale e dalla sua espressione colma di gratitudine.
In breve tempo arrivammo a Santa Margherita, il tempo era mite, un bel venticello ci permetteva di goderci il sole senza darci troppo fastidio.
Sistemammo le nostre cose, aprimmo tutte le finestre e ci accomodammo sulla sedia a dondolo del terrazzo.
Presi del succo di frutta e qualche stuzzicchino dal mobiletto e li appoggiai sul tavolino all’esterno.
«Grazie!» esclamò, avvicinando alla bocca il bicchiere.
Era assorta nei suoi pensieri, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata all’indietro.
La osservavo furtivamente e mi sentivo felice.
Aveva un aspetto totalmente diverso, era chiaro che si sentisse meglio, era sulla strada della guarigione e noi non potevamo che rallegrarcene.
«Andiamo a mangiare qualcosa al bar della spiaggia?» le proposi.
«Sì, certo. Vorrei delle trofie al pesto!»
«Ottimo! Poi oggi pomeriggio ci concediamo una bella focaccia sulla spiaggia.»
Annuì, lasciò la bevanda sul pavimento, alzò le gambe e si sdraiò completamente, appoggiando i piedi sulle mie gambe.
«Questa sì che è vita! Non trovi? Lo senti il profumo del mare, della salsedine e della sabbia? Ciò che adoro, ogni volta che arriviamo qui, è proprio questo» e inspirò profondamente.
«Sì e l’odore di cipolla!» e scoppiammo a ridere insieme.
Il panettiere posizionato proprio sotto al nostro balcone, sfornava pane e pizze a tutto spiano, ma non ci dava fastidio, anzi, ne eravamo ghiotte entrambe. Non riuscivamo a resistere all’acquisto di qualche prodotto ogni volta che ci passavamo davanti e quindi almeno due o tre volte al giorno!
Arrivò presto l’ora di pranzo e ci incamminammo come deciso alla spiaggia.
Il signor Giuseppe, proprietario del locale, ci salutò con accoglienza, ormai ci conosceva da anni e ci offrì un piccolo aperitivo in attesa del pranzo.
Stella era silenziosa, si guardava intorno con un’espressione tranquilla, rigirando tra le mani lo stuzzicadenti utilizzato poco prima per infilzare un’oliva.
«Ecco a voi e buon appetito ragazze!» esclamò il cameriere appoggiando i piatti davanti a noi.
Iniziai ad assaporare i miei spaghetti alle vongole, mentre mia sorella, in pochi e brevi minuti aveva già terminato il suo pasto.
«Era buono eh!»
«Sì, ci voleva proprio!» e si pulì la bocca con il tovagliolo.
Ci dividemmo un piatto di patate al forno e poi prendemmo un caffè.
«Dai vieni!» mi chiamò poco dopo, mentre stavo ancora pagando il conto alla cassa.
La vidi correre verso il bagnasciuga come una bambina.
La raggiunsi e iniziò a schizzarmi prima con i piedi e poi con le mani fino a quando, stremata, si buttò sulla sabbia a peso morto, sdraiata con il viso verso il sole, gli occhi chiusi, le braccia spalancate e un sorriso sul volto che mi diceva tutto.
Feci lo stesso.
La spiaggia non era affollata, era appena iniziata la stagione e a Maggio, i turisti non erano poi molti, soprattutto in settimana.
Il bagnino ci conosceva e mi salutò con un cenno della mano appena mi alzai e abbracciai le gambe osservando l’orizzonte.
Mi voltai e le accarezzai la mano e la lasciai sopra la sua, tornando a guardare il mare poco dopo.
Non c’era bisogno di parlare, bastavano i gesti ed eravamo noi, io e lei, il resto non contava nulla.

 

I giorni proseguirono, avevamo preso un po’ di colore anche se Stella non poteva stare troppo al sole per via dei medicinali, andavamo in spiaggia al mattino presto, poi passavamo il tempo al bar o a fare passeggiate o a riposare a casa, per poi tornare all’ora del tramonto e bearci di quei fantastici colori.
Leggevamo, ascoltavamo la musica e mangiavamo focacce non finire.
Aveva preso qualche chilo, era tornata la mia Stella. Dormiva, riusciva a vivere normalmente, non accusava stanchezza, né lamentava dolori.
Era felice come non la vedevo da parecchio tempo.
Fino a che arrivò quella notte, mi svegliai di soprassalto dal rumore, guardai al mio fianco e non c’era, corsi in bagno e la vidi distesa sul pavimento, pallida e senza sensi.
La chiamai, ma non rispose, le alzai le gambe per cercare di farla rinvenire, ma niente.
Corsi subito in camera e presi il cellulare mentre mi dirigevo di nuovo da lei, bagnai un asciugamano e glielo posizionai sulla fronte, un altro dietro alla testa, cercando di fare piano.
Il vivavoce era attivo ed ero in attesa di una risposta dei soccorsi.
Sollevai nuovamente le gambe e seguii tutte le indicazioni del pronto intervento.
I minuti furono interminabili, mi sembrava di morire, avevo paura, volevo piangere, ma l’adrenalina mi aiutava a tenere duro. Dovevo essere forte per Stella, non potevo crollare, non in quel momento.
Piano piano aprì gli occhi e si toccò la testa, aveva preso una bella botta con la caduta.
«Resta ferma lì» le dissi, accarezzandole la gamba che tenevo ancora sollevata, «sì, si è svegliata, ma muovetevi, dovete portarla subito all’ospedale!» esclamai, rivolgendomi al cellulare e poi terminai la chiamata.
Un brutto presentimento mi attanagliava lo stomaco.
«Come ti senti?»
«Scusami Mary, volevo solo bere un po’ d’acqua e credo di essere caduta a terra come una pera cotta!»
«Non ti preoccupare, tesoro. Adesso aspettiamo i soccorsi e vediamo cosa è successo», tentai di tranquillizzarla anche se ero terrorizzata.
Successivamente arrivò l’ambulanza e la trasportarono all’ospedale.
I miei genitori ci raggiunsero.
La diagnosi fu terribile.
Stella non stava bene!
Erano passati solo dieci giorni, dieci fottuti giorni in cui lei aveva potuto vivere, respirare ed essere una ragazza qualunque!
Era forse chiedere troppo?
La trasferirono immediatamente a Milano, dove avevano già la sua cartella clinica e dopo ulteriori esami e accertamenti, ci dissero che era diventato indispensabile il trapianto di midollo osseo.
Appena ci diedero quella notizia, rimasi sconvolta. Se era arrivata a quel punto voleva dire solo una cosa: la situazione era davvero grave.
Ovviamente mi resi subito disponibile, ero la persona più adatta, giovane e compatibile nella tipizzazione HLA.
Parlai con i medici per capire ciò che avrei dovuto fare, mi spiegarono nel dettaglio che con le nuove procedure, bastava sottoporsi a un prelievo sanguigno attraverso un apposito apparecchio che avrebbe, via endovena, separato le cellule interessate.
Nel frattempo, Stella si sottopose di nuovo a cure e terapie per trovarsi pronta alla ricezione del trapianto.
Come indicato, cinque giorni prima dell’esecuzione, assunsi dei medicinali utili a incrementare le cellule staminali che mi provocarono una lieve cefalea e un po’ di dolori alle ossa. Niente di preoccupante, secondo i medici erano sintomi previsti e sarebbero scomparsi una volta terminata la somministrazione.
Arrivò il giorno della donazione, mi sedetti su una comoda poltroncina verde, mi infilarono un ago nel braccio destro e un altro in quello sinistro.
I tubicini erano entrambi collegati a questo macchinario che mi sembrava un marchingegno strano, simile a una piccola centrifuga.
L’infermiera dolce e gente me ne spiegò il funzionamento. Mi disse che il sangue prelevato da un braccio, entrava nella macchina che si occupava di separarlo dalle cellule staminali, diluito con una soluzione anticoagulante e raccolto in una sacca, il resto invece veniva reimmesso nel mio corpo tramite l’altro ago.
«Sei pronta?» mi chiese con un bel sorriso.
«Sì, prontissima.»
Questo gesto mi sembrava il minimo che potevo fare per mia sorella, nella speranza di poterla davvero aiutare.
Ero sempre molto diffidente, anche se la speranza aleggiava dentro di me in qualche piccola parte nascosta.
Rimasi per quasi quattro lunghe ore semisdraiata, ogni tanto qualcuno passava a controllare che tutto fosse sotto controllo.
Terminato il prelievo, rimasi coricata per un po’, reidratandomi con dell’acqua.
Mi sentivo bene, più per il fatto che Stella, grazie a me, avrebbe avuto una possibilità, che per tutto il resto.
L’angoscia non mi abbandonava mai, così come il mio pessimismo, ma doveva andare bene, lei non poteva morire.
Purtroppo per verificare l’effettivo funzionamento di quel genere di trapianto, i dottori ci comunicarono che doveva passare parecchio tempo, mesi in cui Stella sarebbe stata sottoposta a continui controlli.
E il tempo passò, fin troppo lentamente, per i miei gusti.
Ogni giorno era una lotta, una nuova conquista per raggiungere il nostro traguardo che doveva necessariamente essere determinato da una vittoria.
La mattina mi svegliavo e andavo a lavorare senza parlare con nessuno, le ore trascorrevano inesorabili e la mia testa era sempre concentrata su di lei.
Stella continuava a scrivere sul suo blog, appuntava ogni dettaglio e io, in ogni piccolo spiraglio di tempo, mi collegavo e leggevo, questo mi aiutava a starle vicina, a non perdermi nulla anche se le ero distante.
Quando potevo le mandavo un messaggino, o qualche parola per cercare di farla ridere, nell’attesa che potesse rientrare a casa e guarire.
Piano piano la risposta arrivò, quella positiva, quella che tanto aspettavamo.
Stava reagendo bene e secondo i medici, il trapianto aveva funzionato, la malattia era regredita.
La vedevo meno pallida, aveva riacquistato qualche chilo e anche il viso mi sembrava meno tirato.
Era pronta per tornare a casa, sarebbero seguiti comunque, continui controlli per monitorarla ma eravamo tutti molto felici.
Decisi di preparare una piccola festa di bentornato, con la sua torta preferita, qualche palloncino e gli amici più stretti, senza dubbio ne sarebbe stata felice.
E infatti fu così.
Le sue più care amiche erano entusiaste, la sommersero di regali e soprattutto di affetto, quello di cui veramente lei aveva bisogno.
I miei genitori la osservavano in disparte e si stringevano la mano, parevano un po’ più sereni e io, come loro, sorridevo per lei e per quella nuova vita.

 

Qualche piccola parola…

Al termine di questa stesura, mi sento svuotata. Parlare di questo argomentato, romanzando la storia di mia cugina Cristina, ha fatto riemergere in me tutto il dolore rimasto assopito nel mio cuore per il tempo trascorso.

Sono passati sette anni dalla sua scomparsa, purtroppo non è stata fortunata come Stella, ma era una combattente, una donna forte ed estremamente determinata.

Vi chiedo di fare un giro sul suo blog: https://mypinkchemio.wordpress.com/info/, se ne avete voglia e di leggere qualche pagina scritta da lei, per conoscere la sua storia. A lei avrebbe fatto piacere, ne sono sicura.

Grazie per il vostro continuo supporto e per essermi vicino anche solo leggendo i miei scritti.

 

Vivete e non perdetevi mai un minuto di ciò che è prezioso, gli affetti prima di tutto, gli amici e l’aria fresca sul volto.

Leggi il progetto e gli altri racconti che hanno partecipato alla rubrica #teloraccontoapuntate:

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