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COMBATTERE PER NON MORIRE
Per la mia nuova rubrica #teloraccontoapuntate che inizia proprio oggi, in occasione della festa della donna, voglio ricordare te, mia dolce Cristina, una ragazza straordinaria e splendida... COMBATTERE PER NON MORIRE Di Elena Piras Dedicato a mia cugina Cristina, resterai per sempre nei nostri cuori… I PUNTATA «Ma cosa sta dicendo? Mi lasci stare!» «Signorina lei ha rubato, devo portarla al commissariato di zona.» «Non è vero!» Mi guardai intorno in cerca di aiuto. La gente mi squadrava da capo a piedi come se fossi la peggiore delle delinquenti, i volti carichi di rammarico e indignazione. Ma loro non sapevano nulla, non erano a conoscenza di quello che stavo passando… Non sono una delinquente! «Per favore, riconsegni quello che ha nascosto. Le telecamere hanno registrato i suoi movimenti.» «È solo un malinteso! Uno stupido sbaglio» ed estrassi dalla mia borsa una confezione di latte e un sacchetto di pane, sbattendoli sul bancone di fronte a me. Avevo cose ben più importanti a cui pensare che a quelle cretinate! Cercai il portafoglio senza risultato, quindi mi accucciai appoggiandomi al pavimento freddo e girai sottosopra la mia tracolla facendone fuoriuscire il contenuto e spargendolo dappertutto. «Ma cosa sta combinando?» mi chiese l’addetto alla sicurezza, un tizio alto e spallato che a parte rendersi antipatico con il suo atteggiamento ostile, non mi faceva alcuna paura. Lo guardai dal basso, scossi la testa e poi feci un sorriso. «Eccolo, l’ho trovato!» e gli consegnai una banconota da dieci euro per comperare i due prodotti oggetto del crimine. «Facile così, non crede?» «Le ho detto che si tratta di un errore! Sono di fretta, non avevo preso il carrello e…» «Sì, sì… cerchi di inventarsi una scusa più plausibile almeno, signorina. Se avesse voluto pagare, sarebbe passata in cassa.» Ma cosa ho fatto? Aveva ragione, ero andata dritta verso l’uscita senza riflettere. I pensieri mi stavano attanagliando, cominciai a sentirmi la gola arsa, il cuore martellarmi nel petto sempre più forte, le mani tremavano così come le gambe, non riuscivo a reggermi in piedi. Nero. «Cosa si inventano adesso! Fanno pure finta di svenire piuttosto che dire la verità e prendersi le loro responsabilità.» Sentii quella voce fastidiosa in lontananza, mentre cercavo di riaprire gli occhi e riprendere i sensi. Una donna mi teneva le gambe alzate e un’altra invece, mi sventolava qualcosa sul viso. «Ma la smetta, non vede che è pallida come una mozzarella?» Riuscii a riappropriarmi del mio corpo e ad alzarmi leggermente. Un altro fottuto attacco di panico, ormai si presentavano sempre più spesso. Più cercavo di ignorarli e peggio era. «Grazie» dissi alla bionda al mio fianco. «Quindi cosa dobbiamo fare con questa ladra?» chiese ancora l’idiota di prima. «I soldi li ha, facciamo lo scontrino e basta!» rispose l’altra, una delle commesse. «Come al solito dobbiamo sempre fare finta di niente e incentiviamo così la criminalità e i furti! Tanto sono io che poi ne pago le conseguenze!» e si voltò di spalle, allontanandosi e sbuffando. «Forza, alzati» mi incitò la donna, prendendomi da sotto al braccio e aiutandomi. «Non so come ringraziarla… davvero si tratta solo di un fraintendimento. Non è un bel periodo, può suonare come una scusa ma le assicuro che non lo è.» Mi accarezzò la testa e prese la banconota che, nel frattempo, era accartocciata nella mia mano. Tutte le persone che poco prima mi avevano accerchiata curiose di capire se fossi davvero una poco di buono, piano piano, si dileguarono, sussurrando qualcosa tra loro. Non ci feci caso, riassestai il giubbino e i pantaloni sgualciti, attesi il resto, presi la mia roba, ringraziai nuovamente e me ne andai. Salii in auto, misi in moto, ma non partii. Rimasi immobile, appoggiai la testa al volante e iniziai a piangere. Non me fregava niente di quella gente, dei loro sguardi insulsi su di me, dei giudizi per come ero conciata. Ripensai all’ora precedente, a quando dopo aver appreso la notizia, mi ero fiondata fuori di casa senza nemmeno cambiarmi, avevo indossato il cappotto ancora con i capelli in disordine e la faccia impastata dal sonno. Mi guardavo solo adesso e mi rendevo conto che nulla aveva più importanza. Osservai la macchia fresca di caffè sulla tuta, l’avevo versato inavvertitamente non appena Stella mi aveva annunciato ciò che non avrei mai voluto sentire. Non di nuovo, non così presto… Non riuscivo a smettere di singhiozzare, quelle parole risuonavano nella mia testa in continuazione e io non volevo ascoltarle. «È leucemia. Devo tornare in ospedale», questo mi aveva detto mia sorella. II PUNTATA Pulii il viso con la manica del maglione che fuoriusciva dal giubbotto e poi girovagai intorno all’isolato finché la mia faccia non ritornò in uno stato presentabile e rientrai a casa. Prima di aprire la porta feci un grande respiro, sfoggiai il migliore sorriso e varcai la soglia. «Eccomi, ho preso il latte e il pane, mamma.» Mi spogliai all’ingresso, attaccando il giaccone all’attaccapanni e posizionando la borsa sul mobile a fianco. «Grazie tesoro» abbozzò una lieve smorfia cordiale non appena mi affacciai all’uscio della cucina. «Stella dov’è?» «In camera, sta preparando le sue cose» disse e si voltò di lato per non farsi vedere, asciugandosi gli occhi con un fazzoletto. «Va’ da lei, ne ha bisogno, anche se fa finta di essere forte.» Acconsentii e mi allontanai. Sbirciai all’interno della sua stanza e la trovai intenta a fare la valigia per l’ennesima volta. «Ehi, vuoi una mano?» «Ho quasi finito», si girò verso di me sorridente, chiudendo la cerniera, «sono pronta, possiamo anche andare. Prima inizio, prima guarisco, no?» Mi avvicinai a lei e l’abbracciai forte. «Supereremo anche questa insieme e saremo più forti di prima. Quel bastardo non ci può fare niente! L’abbiamo già sconfitto una volta, ci riusciremo di nuovo.» Abbassò lo sguardo, si toccò il seno e poi annuì. «Speravo non accadesse o almeno non così presto, ma io non mi arrendo.» «Lo so Stella, lo so…» Durante il tragitto in macchina la guardai: era forte, per me invincibile. Da un anno combatteva senza arrendersi, io non ce l’avrei mai fatta al suo posto. Sei mesi di chemioterapia dopo l’asportazione del tumore con mastectomia totale e svuotamento del cavo ascellare, al quale erano seguiti altrettanti di radio e una terapia sperimentale di anticorpi monoclonali. Scossi la testa per tentare di cancellare dalla mente quei terribili momenti e mi voltai verso il finestrino. Cazzo! Stava meglio, stava reagendo bene e invece… Arricciai la bocca e morsi il labbro inferiore per evitare di frignare ancora, non volevo farmi vedere in quello stato, dovevo sostenerla e donarle serenità ma quei ricordi mi uccidevano. Sapere che nulla era finito, mi rendeva ancora più fragile e inerme. Giungemmo all’ospedale e parlammo con il medico. «I valori dei globuli bianchi sono precipitati senza controllo e l’emoglobina non va bene. Dobbiamo tenerla sotto osservazione e probabilmente eseguire una biopsia midollare.» Mia mamma ebbe un mancamento e mentre papà tentava di sorreggerla e farsi forza, Stella la rincuorava rassicurandola che tutto sarebbe andato per il meglio. Il tumore si era ripresentato più forte di prima, quello era il rischio e non l’aveva scampato. Cosa posso fare? Strinsi i denti fino a sentire quasi dolore alla mascella, arricciai le mani e voltai lo sguardo. Mia sorella si stava già allontanando condotta da un’infermiera per sistemarsi in una stanza, quindi la raggiunsi e la aiutai a mettere via le sue cose. Sembrava serena, non sapevo davvero cosa pensare, non volevo lasciarla sola neanche un attimo, ma i dottori non permettevano a nessuno di restare per la notte. Avremmo dovuto adottare delle precauzioni per ogni visita al fine di tutelare la sua salute. Il rientro a casa fu silenzioso, avevo paura e soffrivo senza riuscire a esprimere apertamente i miei pensieri. Non sarebbe servito a nulla. Sapevo che era così anche per i miei genitori e questa volta, ancora di più della prima. L’appartamento era vuoto senza di lei. Quando arrivai in camera, mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi. Mi sembrava di rivivere esattamente ciò che era successo un anno prima. Ero delusa dai medici che non erano riusciti a debellare la malattia ma allo stesso tempo, cercavo di tenere duro e sperare che sarebbe riuscita a debellarlo e che, soprattutto, non sarebbe stato così aggressivo come ci avevano fatto credere. Mi alzai e presi il computer, lo appoggiai sulle mie gambe e iniziai a cercare. Passai le successive ore a fare ricerche ma più guardavo, più mi deprimevo e ricadevo nel baratro. Chiusi il pc e andai in bagno, mi feci una bella doccia calda per rilassarmi e poi avviai la videochiamata con Stella. Ormai era ora di cena, ma non avevo appetito. In ospedale, visto l’orario, di sicuro avevano già mangiato. «Come stai?» le chiesi sfoggiando uno dei migliori sorrisi. «Bene, a parte le schifezze che danno qui…» Scoppiò a ridere mostrandomi il vassoio con le pietanze ancora nel piatto. «Vuoi che ti porto qualcosa domani?» «Sì, grazie», allontanò il tavolino mobile con un gesto rapido «mi è venuta in mente una cosa» e avvicinò un foglio allo schermo sopra al quale era disegnato uno schema. Non riuscivo a capirci nulla. «Non fare quella faccia!» mi sgridò, con la sua solita aria da maestrina insolente. «Spiegami…» «Ho deciso di aprire un blog! Lo chiamerò: “Mypikchemio”» La scrutai stranita. «Non guardarmi come se fossi un’extraterrestre! Sai che amo scrivere e ho pensato che questa cosa potrebbe essere da supporto per tutte quelle persone che sono nella mia condizione! Vorrei sviluppare una sorta di diario di ciò che mi accade, nel quale la gente può anche scrivere e interagire. Riporterò le cure che affronterò giornalmente, i miei pensieri e gli stati d’animo.» «Ma sei sicura?» Non mi entusiasmava granché il fatto che lei si esponesse così tanto, il web era infido e magari avrebbe anche potuto incontrare persone cattive, pronte a offenderla. «Certo che lo sono!» Sentii dei rumori dietro la porta e subito dopo bussare. «Tesoro, vieni a mangiare qualcosa?» si affacciò mia mamma «È Stella?» «Sì!» Si avvicinò per salutarla e dopo esserci messe d’accordo per l’indomani, ci salutammo e le augurammo la buonanotte. III PUNTATA Il medico ci aveva appena comunicato il risultato della biopsia: leucemia mieloide acuta. Doveva sottoporsi a tre lunghi cicli di chemioterapia ad alti dosaggi, di un mese ciascuno, con isolamento totale. Quello probabilmente era l’ultimo giorno in cui ci era permesso stare in quella stanza, anche se protetti da mascherine per tutelarla al meglio. «Mamma, ti prego, non piangere» le disse Stella. Come riusciva a essere così forte? Cosa le scattava dentro per reagire in quel modo? «Guarda cosa mi hanno portato ieri?» e le porse dei libri, un paio di leggings leopardati, un rossetto rosso e uno smalto rosa fluo. Era seduta su quel letto di ospedale, sempre più magra ma allegra. Mia madre si asciugò le lacrime e si avvicinò a lei. «Chi te li ha portati?» «Stefania e le altre ragazze. Sono tanto carine, appena possono vengono a trovarmi e per tirarmi su, mi regalano sempre qualcosa. Sanno quanto io ami il rosa. Appena starò meglio mi hanno già detto che mi porteranno a fare uno dei nostri soliti aperitivi sui Navigli.» «Ma che carini questi fuseaux!» «Vero? Sono perfetti! Adesso vado a metterli!» e si nascose in bagno. Poco dopo riapparve, era bellissima anche se già sciupata dalla malattia, gli occhi contornati da occhiaie violacee, il viso scavato e quella flebo sempre attaccata al braccio mi facevano sentire male. Se fosse stato possibile, avrei preso volentieri il suo posto, o quantomeno spartito con lei una piccola parte di tutto quel dolore per alleviare la sua sofferenza. Era davvero ingiusto. Era così giovane, aveva ancora tutta la vita davanti, a trentacinque anni una ragazza dovrebbe pensare ad avere una famiglia, un fidanzato e divertirsi, invece che combattere per non morire. Decise anche di truccarsi e sistemarsi. Le misi lo smalto e le pettinai i capelli, pensando che forse, entro poco tempo, si sarebbero potuti...
IL MIO RICORDO DEL NATALE
Mini Racconto che è stato inserito all'interno di un'antologia, in forma più abbreviata, edita da Morellini Editore: SE ACCADESSE A NATALE. IL MIO RICORDO DEL NATALE Di Elena Piras A mio Nonno Augusto... che tu possa essere fiero di me da lassù... Quando ero piccola amavo il Natale, preparare l’albero, scrivere la famosa letterina per la richiesta dei doni, per non parlare della festa in famiglia e del fatidico pranzo che durava ore. Era tutto sempre molto entusiasmante, si iniziava a pensarci già da un mese prima. Con i miei fratelli ogni occasione era buona per andare con la mamma al supermercato e aguzzare la vista sui giocattoli che non ci era permesso acquistare durante l’anno. Babbo Natale poteva invece e quindi, eravamo talmente felici, che nulla poteva cambiare il nostro umore. Mia madre, ogni volta che arrivava a casa qualche dépliant che riportava foto e immagini di ciò che poteva destare la nostra attenzione e arricchire la nostra lista, ce lo metteva davanti per scegliere. C’era un limite massimo per poterla spedire, altrimenti i folletti non avrebbero fatto in tempo a realizzare i balocchi per tutti i bambini del mondo. Era una corsa contro il tempo e un vero e proprio lavoro anche per noi, doverci concentrare e poter prendere delle decisioni. «Al massimo cinque regali» ci diceva. Ma noi imbrogliavamo sempre inserendone un altro con il quale potevamo giocare tutti e tre insieme. Questa diciamo che era la prima fase, quella che anticipava il vero festeggiamento, poi arrivava il momento dell’albero, con tutte gli addobbi, alcuni fatti anche direttamente da noi e il presepe, creato con le mollette di legno, incollato con il vinavil e decorato con la paglia. La cosa che amavo di più in assoluto però, fin da bambina, anche se può sembrare strano, era preparare i ravioli, alcuni di carne e altri di spinaci, era un vero e proprio rito per la nostra famiglia da eseguire sempre durante la giornata della vigilia. Armate di mattarello, farina, uova e tanta pazienza, stendevamo la pasta e ci divertivamo a comporli e, alla fine di tutto, a contarli, fiere del nostro lavoro. La notte che intercorreva tra la vigilia e la mattina del Natale era quasi insonne e alternata da momenti di totale euforia, a stati di estrema angoscia per la paura che ci mettevano i nostri genitori: «Se non dormite Babbo Natale non verrà mai e domattina non potrete scartare nessun dono!» Tra i vari sussurri, le ipotesi dell’arrivo del nostro idolo e le probabilità di sentire le fantomatiche campanelle attaccate alla slitta, continuavamo a ripeterci di provare a chiudere gli occhi ma senza mai riuscirci fino a che il sonno, finalmente, si impossessava di noi. Alle sette del mattino eravamo già in piedi a guardare il salotto e meravigliarci della moltitudine di colori sparsa sul pavimento, sul divano e sotto l’albero, tra grida e salti, eravamo già tutti svegli per aprire i regali e soprattutto alla ricerca di quelli nascosti perché sì, Babbo Natale era sempre un burlone, amava imboscarne qualcuno in posti strambi e farci pensare di non aver esaudito i nostri desideri fino in fondo. Una volta, disperati nella ricerca e, ormai vinti dall’idea di non aver ricevuto il tanto agognato calcetto balilla, guardammo sconfitti e tristi i nostri genitori che, pur di non vederci in quello stato, ci incitarono a controllare meglio e, sorpresa delle sorprese, trovammo un enorme pacco dietro alle tende. Dopo quella bellissima parte si passava alla sistemazione e quindi ad aprire il tavolo pieghevole, apparecchiarlo con il servizio bello, quello utilizzato solo e unicamente per l’occasione, e preparare da mangiare in attesa dell’arrivo dei nonni. Quanto era bello vederli e passare insieme quei momenti, poter condividere con loro il nostro entusiasmo. Ricordo ancora la solita frase di mia nonna che mi faceva sempre arrabbiare: «Allora bambini, cosa vi ha portato Gesù bambino?» «Nonna!» rispondevo adirata «Non è Gesù bambino che porta i regali, ma Babbo Natale!» Non riuscivo davvero a capire perché si ostinasse in quel concetto, Gesù bambino era in cielo, come poteva portarci i doni? Ebbene sì, questa era la mia idea del Natale fino a che arrivò quel giorno… Era il 24 dicembre del 1999. I miei nonni paterni ci chiamarono, cosa alquanto strana, visto che il giorno seguente ci saremmo dovuti comunque vedere. Il nonno aveva pregato mio padre di andare a trovarli, chiedendo espressamente di portare con sé i suoi nipoti, tutti i suoi nipoti. La mamma stava preparando i ravioli, come di consueto, e io non potevo abbandonarla in quel compito, rassicurata del fatto che tanto, l’indomani, avrei passato un bel pranzo in loro compagnia, non ci pensai nemmeno un istante e rimasi a casa. Quando mio padre rientrò con i miei fratelli, alla domanda curiosa di mia madre riferita a quell’invito inaspettato, lui rispose che il nonno voleva solo salutarci e che era dispiaciuto che io non fossi andata con loro. «Mah sì, papà, tanto verranno qui domani» gli dissi, sorridendo, mostrando tutto il lavoro appena concluso. Ero talmente felice. Tutto mi crollò addosso la mattina successiva quando ricevemmo una telefona, quella telefonata che mi ricorderò per il resto della mia vita e che oggi, nonostante siano trascorsi ben ventidue anni, ancora non riesco a dimenticare. La sofferenza che nutro al pensiero di quel momento è ancora troppa, il senso di colpa mi divora e le lacrime scivolano copiose sul mio viso ogni volta che tento di raccontarlo. «Il nonno ci ha lasciati…» Quelle furono le parole di mia madre. Un infarto, una morte che, dicono, non faccia soffrire per chi ci lascia, ma che distrugge, invece, chi resta. Il mio cervello da quell’istante rimase in blackout per i giorni a venire. Ricordo ancora le notti o le interminabili docce passate a piangere incolpandomi per non aver esaudito il suo ultimo desiderio e soprattutto, per non averlo potuto salutare e vedere per l’ultima volta, per quegli stupidi ravioli e per il mio fottuto senso del dovere. Ogni volta che arriva quel giorno il ricordo mi assale e, anche se faccio finta di niente, sorrido e cerco di essere felice per festeggiare comunque con i miei cari, dentro di me c’è sempre quella crepa, quella frattura che, purtroppo, non si rimarginerà mai. Nota dell'autrice... Mi dispiace se, leggendo questa mia storia, posso avervi provocato troppa tristezza, ma avevo bisogno di scrivere questa piccola parte di me, che mi angoscia ancora adesso, all'età di trentacinque anni. Sì, il racconto è completamente autobiografico e non mi vergogno di averlo scritto ed aver esternato le mie emozioni e sensazioni con tutti voi, mettendovi al corrente di una piccola parte di me, quella legata in modo indelebile al mio caro nonno Augusto che è il meraviglioso uomo che vedete nella fotografia riportata in alto. Ho voluto comunque renderlo gratuito per voi che mi seguite... Per quanto riguarda il progetto di pubblicazione con Morellini editore, è stata una bellissima soddisfazione, ottenuta grazie al canale Telegram di Sara Rattaro. Sono presenti 60 racconti di autori emergenti. Qui sotto vi lascio il link per l'acquisto del libro, se siete interessati, l'ebook lo trovate anche su Amazon. https://www.morellinieditore.it/cerca.php?s=se+accadesse+a+natale
SUOR ANTONIETTA E IL SUO SEGRETO
Mini Racconto che è stato scelto e selezionato per essere pubblicato sulla rivista del comune di None. SUOR ANTONIETTA E IL SUO SEGRETO Di Elena Piras “Cappella di San Sebastiano - None (TO) Suor Maria Claretta. Buona fortuna.” Avevo solo quel biglietto tra le mani, la mia unica via d’uscita, la sola speranza per poter iniziare una nuova vita. Era stato Don Armando a darmelo la sera prima. Mi aveva pregato di scappare lontano. La nostra era una situazione difficile, eravamo una famiglia povera e piena di debiti e quella volta ne avevamo dovute pagare le conseguenze. Ero rimasta sola, avevano ucciso entrambi i miei genitori e se io non avessi voluto fare la stessa fine, avrei solo dovuto sparire. Presi le mie poche cose e partii da Napoli per raggiungere quel piccolo paesello immerso tra i campi, del quale non conoscevo assolutamente nulla. Riuscii a trovare quella piccola chiesetta e, grazie al solo aiuto di Suor Maria Claretta, mi trasformai in segreto, in una novizia, il mio nuovo nome fu Suor Antonietta. La mia vita da quel momento cambiò radicalmente, dovevo seguire determinate regole, dedicarmi alla preghiera e accettare quel che mi veniva detto. Dopo solo un anno, tutto però iniziò a cambiare. Era il 1690 e fummo costrette a ospitare per più di tre settimane, una colonna dell’esercito francese. Ci prodigavamo a servir loro da mangiare e a curare quei feriti che necessitavano le nostre attenzioni, alcuni erano bruschi ma, altri, riuscivano a essere anche molto affabili. Tra questi c’era anche lui, François, un ragazzo alto, distinto con due occhi dolci come il miele e capelli biondi come l’oro. Me ne invaghii all’istante, ne seguirono giorni di completa devozione da parte mia per poter stare al suo fianco più tempo possibile e gustarmi la sua compagnia. Non mi era mai capitato prima di provare un sentimento simile, non sapevo come gestirlo, soprattutto a causa del mio abito e del mio segreto. D’altro canto, lui, non sembrava sottrarsi alle mie attenzioni e, piano piano, la nostra amicizia si tramutò per entrambi in qualcosa di molto più forte. Terminati i ventitré giorni della sua permanenza, doverci salutare fu davvero un momento tragico e angosciante, quella sera nessuno dei due riuscii a lasciare le mani dell’altro e un bacio dolce e profondo ci coinvolse in un attimo di estrema passione e amore. Non potevo separarmi da lui. Riflettei un attimo e decisi di raccontargli tutta la mia storia. «Fuggi con me…» mi disse. E così feci, abbandonai None, Suor Maria Claretta e il mio velo… Da dove nasce l'idea di questo racconto? Questo racconto è stato scelto tra tanti, tramite un contest su Instagram, indetto da @paolamaren75, per la pubblicazione sulla rivista per cui lei lavora, nel comune di None. Dopo aver messo una traccia da seguire, riferita proprio alla legenda legata alla Cappella di San Sebastiano, gli autori sono stati invitati a partecipare. Sono stati selezionati solo tre racconti e pubblicati sulla rivista mensile che vi riporto qui di seguito. Leggendo le varie informazioni inserite da Paola e facendo ulteriori ricerche, la storia si è creata nella mia mente in pochissimo tempo... Spero che vi sia piaciuta, per me è un onore e una grande soddisfazione vedere il mio nome su questo giornalino.


