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IL MIO RICORDO DEL NATALE

Mini Racconto che è stato inserito all’interno di un’antologia, in forma più abbreviata, edita da Morellini Editore: SE ACCADESSE A NATALE.

IL MIO RICORDO DEL NATALE

Di

Elena Piras

 

A mio Nonno Augusto…
che tu possa essere fiero di me 
da lassù…

 

Quando ero piccola amavo il Natale, preparare l’albero, scrivere la famosa letterina per la richiesta dei doni, per non parlare della festa in famiglia e del fatidico pranzo che durava ore.

Era tutto sempre molto entusiasmante, si iniziava a pensarci già da un mese prima. Con i miei fratelli ogni occasione era buona per andare con la mamma al supermercato e aguzzare la vista sui giocattoli che non ci era permesso acquistare durante l’anno. Babbo Natale poteva invece e quindi, eravamo talmente felici, che nulla poteva cambiare il nostro umore.

Mia madre, ogni volta che arrivava a casa qualche dépliant che riportava foto e immagini di ciò che poteva destare la nostra attenzione e arricchire la nostra lista, ce lo metteva davanti per scegliere.

C’era un limite massimo per poterla spedire, altrimenti i folletti non avrebbero fatto in tempo a realizzare i balocchi per tutti i bambini del mondo.

Era una corsa contro il tempo e un vero e proprio lavoro anche per noi, doverci concentrare e poter prendere delle decisioni.

«Al massimo cinque regali» ci diceva.

Ma noi imbrogliavamo sempre inserendone un altro con il quale potevamo giocare tutti e tre insieme.

Questa diciamo che era la prima fase, quella che anticipava il vero festeggiamento, poi arrivava il momento dell’albero, con tutte gli addobbi, alcuni fatti anche direttamente da noi e il presepe, creato con le mollette di legno, incollato con il vinavil e decorato con la paglia.

La cosa che amavo di più in assoluto però, fin da bambina, anche se può sembrare strano, era preparare i ravioli, alcuni di carne e altri di spinaci, era un vero e proprio rito per la nostra famiglia da eseguire sempre durante la giornata della vigilia.

Armate di mattarello, farina, uova e tanta pazienza, stendevamo la pasta e ci divertivamo a comporli e, alla fine di tutto, a contarli, fiere del nostro lavoro.

La notte che intercorreva tra la vigilia e la mattina del Natale era quasi insonne e alternata da momenti di totale euforia, a stati di estrema angoscia per la paura che ci mettevano i nostri genitori:

«Se non dormite Babbo Natale non verrà mai e domattina non potrete scartare nessun dono!»

Tra i vari sussurri, le ipotesi dell’arrivo del nostro idolo e le probabilità di sentire le fantomatiche campanelle attaccate alla slitta, continuavamo a ripeterci di provare a chiudere gli occhi ma senza mai riuscirci fino a che il sonno, finalmente, si impossessava di noi.

Alle sette del mattino eravamo già in piedi a guardare il salotto e meravigliarci della moltitudine di colori sparsa sul pavimento, sul divano e sotto l’albero, tra grida e salti, eravamo già tutti svegli per aprire i regali e soprattutto alla ricerca di quelli nascosti perché sì, Babbo Natale era sempre un burlone, amava imboscarne qualcuno in posti strambi e farci pensare di non aver esaudito i nostri desideri fino in fondo.

Una volta, disperati nella ricerca e, ormai vinti dall’idea di non aver ricevuto il tanto agognato calcetto balilla, guardammo sconfitti e tristi i nostri genitori che, pur di non vederci in quello stato, ci incitarono a controllare meglio e, sorpresa delle sorprese, trovammo un enorme pacco dietro alle tende.

Dopo quella bellissima parte si passava alla sistemazione e quindi ad aprire il tavolo pieghevole, apparecchiarlo con il servizio bello, quello utilizzato solo e unicamente per l’occasione, e preparare da mangiare in attesa dell’arrivo dei nonni.

Quanto era bello vederli e passare insieme quei momenti, poter condividere con loro il nostro entusiasmo.

Ricordo ancora la solita frase di mia nonna che mi faceva sempre arrabbiare: «Allora bambini, cosa vi ha portato Gesù bambino?»

«Nonna!» rispondevo adirata «Non è Gesù bambino che porta i regali, ma Babbo Natale!»

Non riuscivo davvero a capire perché si ostinasse in quel concetto, Gesù bambino era in cielo, come poteva portarci i doni?

Ebbene sì, questa era la mia idea del Natale fino a che arrivò quel giorno…

Era il 24 dicembre del 1999.

I miei nonni paterni ci chiamarono, cosa alquanto strana, visto che il giorno seguente ci saremmo dovuti comunque vedere.

Il nonno aveva pregato mio padre di andare a trovarli, chiedendo espressamente di portare con sé i suoi nipoti, tutti i suoi nipoti.

La mamma stava preparando i ravioli, come di consueto, e io non potevo abbandonarla in quel compito, rassicurata del fatto che tanto, l’indomani, avrei passato un bel pranzo in loro compagnia, non ci pensai nemmeno un istante e rimasi a casa.

Quando mio padre rientrò con i miei fratelli, alla domanda curiosa di mia madre riferita a quell’invito inaspettato, lui rispose che il nonno voleva solo salutarci e che era dispiaciuto che io non fossi andata con loro.

«Mah sì, papà, tanto verranno qui domani» gli dissi, sorridendo, mostrando tutto il lavoro appena concluso.

Ero talmente felice.

Tutto mi crollò addosso la mattina successiva quando ricevemmo una telefona, quella telefonata che mi ricorderò per il resto della mia vita e che oggi, nonostante siano trascorsi ben ventidue anni, ancora non riesco a dimenticare.

La sofferenza che nutro al pensiero di quel momento è ancora troppa, il senso di colpa mi divora e le lacrime scivolano copiose sul mio viso ogni volta che tento di raccontarlo.

«Il nonno ci ha lasciati…»

Quelle furono le parole di mia madre.

Un infarto, una morte che, dicono, non faccia soffrire per chi ci lascia, ma che distrugge, invece, chi resta.

Il mio cervello da quell’istante rimase in blackout per i giorni a venire.

Ricordo ancora le notti o le interminabili docce passate a piangere incolpandomi per non aver esaudito il suo ultimo desiderio e soprattutto, per non averlo potuto salutare e vedere per l’ultima volta, per quegli stupidi ravioli e per il mio fottuto senso del dovere.

Ogni volta che arriva quel giorno il ricordo mi assale e, anche se faccio finta di niente, sorrido e cerco di essere felice per festeggiare comunque con i miei cari, dentro di me c’è sempre quella crepa, quella frattura che, purtroppo, non si rimarginerà mai.

 

 

 

Nota dell’autrice…

Mi dispiace se, leggendo questa mia storia, posso avervi provocato troppa tristezza, ma avevo bisogno di scrivere questa piccola parte di me, che mi angoscia ancora adesso, all’età di trentacinque anni.

Sì, il racconto è completamente autobiografico e non mi vergogno di averlo scritto ed aver esternato le mie emozioni e sensazioni con tutti voi, mettendovi al corrente di una piccola parte di me, quella legata in modo indelebile al mio caro nonno Augusto che è il meraviglioso uomo che vedete nella fotografia riportata in alto.

Ho voluto comunque renderlo gratuito per voi che mi seguite…

Per quanto riguarda il progetto di pubblicazione con Morellini editore, è stata una bellissima soddisfazione, ottenuta grazie al canale Telegram di Sara Rattaro.

Sono presenti 60 racconti di autori emergenti.

Qui sotto vi lascio il link per l’acquisto del libro, se siete interessati, l’ebook lo trovate anche su Amazon.

https://www.morellinieditore.it/cerca.php?s=se+accadesse+a+natale

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